Opinioni, 25 giugno 2018

Basta farsi prendere in giro: i ristorni andavano bloccati

Ogni anno ed entro la fine del mese di giugno, il Governo ticinese riversa all’Italia una quota dell’imposta alla fonte trattenuta sui salari dei lavoratori frontalieri. Quest’anno si trattava di circa 80 milioni di franchi. Dopo diverse settimane di rinvii e di sedute passate a decidere di non decidere - nonostante gli elementi sul tavolo, frutto di approfondimenti svolti dal Ministro Claudio Zali - purtroppo quei soldi sono stati puntualmente inviati a Roma dal triciclo targato PLR-PPD-PS, che ha puntualmente accordato il versamento incondizionato.

Non sono di principio favorevole ad ingiustificate azioni forti e ad atti di bullismo politico fini a se stessi, ma vi è più di una ragione per ritenere che un blocco (almeno parziale) dei ristorni sarebbe stato necessario, non fosse altro che per richiamare l’attenzione delle parti contrattuali (Autorità federale e Repubblica italiana) sull’importanza di giungere in tempi brevi ad un accordo risolutivo. Un accordo che permetta finalmente di archiviare quello vetusto del 1974, che impone un riversamento annuale a favore dei Comuni di confine del 38.8% del gettito fiscale proveniente dall’imposizione dei lavoratori frontalieri italiani a titolo di compensazione delle spese che i Comuni stessi sosterrebbero a causa dei di frontalieri che risiedono nel loro territorio, ma lavorano in Ticino.  
 
Da troppi anni quell’accordo è datato e necessita di essere rivisto per molte ragioni. Una su tutte è il fatto che appare inequivocabile che l’Italia non utilizza quei soldi per lo scopo al quale sarebbero destinati. Da oltre due anni un nuovo accordo è sul tavolo delle trattative, ma manca sempre la volontà di ratifica da parte italiana. Ecco perché un blocco – almeno parziale - dei ristorni avrebbe potuto contribuire a riaccendere i riflettori sulla priorità che riveste la conclusione del trattato bilaterale e costringere le parti a risedersi al tavolo, come del resto era avvenuto nel 2012, quando un Governo più coraggioso aveva bloccato (a maggioranza) una parte dei ristorni.
 
Il Ministro Claudio Zali (sostenuto solo dal collega Norman Gobbi) aveva proposto al Consiglio di Stato almeno un blocco parziale dei ristori, subordinando il versamento dei soldi a fatti concreti che dimostrassero la volontà da parte italiana di risolvere alcune palesi situazioni dalle quali emerge il mancato rispetto dell’accordo. Ancora una volta è però venuto meno il coraggio. Ha vinto la paura di interferire nelle presunte delicate trattative. Ma ci si chiede quali trattative, visto che risulta tutto fermo!
 
Vediamo perfettamente che l’Italia ha grossi problemi a trovare un governo stabile e in grado di durare più di una stagione, ma questa è quasi una costante, un problema endemico della Repubblica, con il quale, di riflesso, dobbiamo convivere. Ostinarsi a sostenere che è meglio restare alla finestra senza disturbare il manovratore, nell’attesa (vana) che il Bel Paese trovi una propria stabilità di governo è come scommettere al Fantacalcio che l’Italia vincerà questi Mondiali.
 
Quindi, indipendentemente dal Governo italiano, il Consiglio di Stato deve pensare alle priorità del Cantone e mettere sul tavolo delle discussioni i temi che per noi sono  importanti. E per il Ticino una delle cose importanti è smetterla di distribuire soldi a casaccio, pretendendo almeno il rispetto dell’accordo attuale, nell’attesa (campa cavallo) di siglare quello nuovo. I ristorni dovrebbero essere una compensazione delle spese sostenute dai Comuni di confine a causa della presenza di frontalieri. E queste spese dovrebbero essere strade, linee per il trasporto pubblico e ferroviarie, park&ride, posteggi per car pooling, bus aziendali… Interventi che porterebbero un tangibile beneficio anche al Ticino, contribuendo a ridurre il traffico pendolare che quotidianamente paralizza il sistema viario (che in alcune regioni è prossimo al collasso) e a migliorare la qualità dell’aria. Invece assistiamo regolarmente a strade che franano, alla mancanza di park&ride sufficienti in corrispondenza con le stazioni ferroviarie e ad altre situazioni che dimostrano chiaramente che i soldi dei ristorni finiscono altrove, ma non nella realizzazione di opere pubbliche nella zona di confine.

Ci si dirà che tanto, presto o tardi, quei soldi avrebbero dovuto essere versati all’Italia, ci si dirà che il Governo ha altre cose più importanti alle quali pensare, ma il problema è che le cittadine e i cittadini di questo Cantone si aspettano finalmente dal loro Consiglio di Stato delle decisioni chiare e coraggiose. Bloccare i ristorni sarebbe stato un atto di  coraggio, né fine a se stesso, né provocatorio. Sarebbe stato uno strumento di pressione per riavviare le trattative bilaterali, facendo intendere a chi di dovere che il Ticino non è più disposto a farsi prendere in giro e che se ci sono dei patti vanno rispettati da entrambe le parti.

Amanda Rückert
Deputata Lega dei Ticinesi in Gran Consiglio

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