Opinioni, 27 agosto 2026

Gianfranco Miglio, il padre del neo-federalismo

Un quarto di secolo fa come oggi, se ne andava per sempre Gianfranco Miglio, lasciando, in tutti i veri e sinceri federalisti, un vuoto incolmabile. Un vuoto che, anche e soprattutto dopo la scomparsa, il 19 marzo scorso, di Umberto Bossi, lascia completamente sguarnita e orfana, a livello politico-elettorale, quella componente che ancora oggi, nel 2026, reclama la riforma in senso federale dello Stato.
 

Ho un ricordo nitido di quel giorno di agosto del 2001. I telegiornali annunciarono la notizia e, nei giorni successivi, i giornali dedicarono alla stessa le pagine interne, senza mai concedere la prima o un editoriale di commiato, il classico coccodrillo che si riserva ai grandi personaggi pubblici. Quasi tutti gli articoli misero in luce e si soffermarono sull’accostamento tra Miglio e la Lega Nord. Proprio di recente ho ritrovato, nel mio archivio documentale, molti articoli su quell’avvenimento, tra i quali ne spicca uno per il suo titolo enfatico: “Addio al papà della Lega”.
 

Ma il Profesùr (così veniva chiamato affettuosamente dai simpatizzanti della Lega Nord) fu molto altro. Quel giorno il Paese non perse “l’ideologo della Lega“, ma uno dei suoi più lucidi ed attenti osservatori, oltre che uno dei più grandi scienziati della politica (come lui amava definirsi, invece che politologo) del Novecento. Ma soprattutto, quel giorno, il Paese perse un vero maestro di federalismo; perse l’artefice ed il teorico della costruzione della riforma in senso federale della Repubblica.
 

Più volte, in questi anni, ho cercato di immaginare che cosa avrebbe pensato e quali sarebbero state le sue idee e posizioni sull’evoluzione simil-federalista che il Paese intraprese proprio in quegli anni. Un cammino di riforma che vide prima l’approvazione della Riforma del Titolo V (approvata sul finire della XIII Legislatura pochi mesi prima della sua dipartita e confermata con referendum costituzionale il 7 ottobre 2001), poi, successivamente, con l’avvio del cammino riformatore incentrato sulla cosiddetta devolution, che prevedeva il trasferimento di alcune competenze legislative esclusive alla Regioni (una riforma costituzionale, comunque, che venne poi bocciata dal referendum confermativo del 25 e 26 giugno del 2006).

Me lo sono chiesto tante volte e la risposta che mi sono dato e che continuo a darmi è che avrebbe semplicemente detto che si stava parlando né più e né meno di semplice regionalismo e devoluzione di alcune competenze legislative alle Regioni: nulla a che vedere con il vero federalismo, come lui lo intendeva. Lo stesso giudizio, sono sicuro, lo avrebbe dato in merito al cosiddetto processo di autonomia differenziata. Lo avrebbe visto come una soluzione blanda e inefficace rispetto ad un vero processo di federalizzazione. Ma, soprattutto, sarebbe rimasto esterrefatto dal cammino centralista-statalista intrapreso dalla Lega Salvini Premier, un partito ormai sodale dei più ferventi sostenitori dell’accentramento dei poteri. Proprio come lo stesso Salvini ha confermato a chi gli chiedeva conto del Nord, della questione settentrionale, della necessità di ritornare e battersi per rafforzare le Regioni e le autonomie locali: “Il partito del Nord è una roba da nostalgici. La vecchia Lega? Non esiste. Il mondo è cambiato. Lo volete capire?”.
 

Il federalismo di Miglio

Ma invece, Miglio cosa pensava? Cosa teorizzava? Qual era la sua impostazione ideale di federalismo?

Per Miglio il federalismo, nel Terzo Millennio, deve configurarsi in maniera opposta rispetto al federalismo classico, che era utilizzato per unire delle entità preesistenti (e pluribus unum: da più soggetti ad un unico soggetto, proprio come sono nati la Svizzera e gli Stati Uniti d’America). Il nuovo federalismo di Miglio – neofederalismo – ha, invece, la funzione storica di “tutelare e gestire le diversità”, favorendo quindi “il passaggio dall’unità alla pluralità: ex uno plures ”: da un’unica entità sovrana, lo Stato nazionale, si giunge – dopo un processo di federalizzazione – ad un sistema costituito da più sovranità distinte tra loro ed unite da un patto federativo (il principio cardine del federalismo). Il suo modello federale, che vedeva concretamente realizzato solo in Svizzera, non ammetteva mezze misure, come per esempio le materie legislative concorrenti (previste dal nuovo Titolo V della Costituzione italiana).
 

Il suo punto di partenza era rappresentato dal concetto di Stato, inteso in senso moderno, con le sue strutture pachidermiche come la Pubblica Amministrazione piena di parassiti, la burocrazia, il potere coercitivo incarnato dall’uso della forza ecc. Uno Stato che, sempre seguendo le sue teorie supportate comunque da studi rigorosi e puntuali analisi scientifiche, era in fase di declino e che avrebbe potuto rigenerarsi solo con il vero federalismo.
 

Una vera Costituzione federale

Fu un autentico federalista, un federalista totale, se così possiamo dire. Nella sostanza – seguendo questa impostazione teorica – egli considerava il federalismo non più come uno strumento atto ad unire, ma quale strategia utile per tutelare e gestire le diversità esistenti. In altre parole, il federalismo – storicamente – è stato inteso e utilizzato come forza costruttiva dell’unità della nazione (come nell’esperienza degli Stati Uniti d’America e della Svizzera), sia come insieme di forze centrifughe che possono portare alla disintegrazione dell’unità (come nell’esperienza della rivoluzione francese). Storicamente, infatti, uno Stato federale può nascere sia per aggregazione di realtà politiche autonome (Svizzera e USA), o per progressivo allentamento del vincolo dello Stato nazionale centralistico per salvaguardare e tutelare le diversità e le differenze presenti sul proprio territorio (come nel caso del Belgio che ha intrapreso una processo di federalizzazione dal 1968 al 1993, e della Spagna, dopo l’avvento della democrazia con la fine del franchismo e l’entrata in vigore della Costituzione federo-regionalista).
 


 

Ma, secondo Miglio, quando possiamo affermare di trovarci – effettivamente – di fronte ad una Costituzione federale oppure no? Il Professore lariano a questa domanda faceva sempre precedere un assunto, chiaro e perentorio, che ripeteva spesso nelle sue analisi sui sistemi politico-istituzionali: «Le vere Costituzioni federali o sono tali o non lo sono». Questo perché esistono, nel mondo, svariati esempi di Stati federali sulla carta – in base a quanto scritto nella loro Costituzione – ma che nella realtà hanno comportamenti tipici di Stati centralisti (i cosiddetti falsi federalismi, a cui dedicò un importante volume pubblicato da Sperling & Kupfer). Vi sono, poi, sempre secondo quanto sosteneva il Prof. Miglio, esempi di Stati federali veri – come la Svizzera – che sono sempre con maggiore frequenza interessati da processi di riaccentramento di determinate competenze legislative in favore del centro (quello svizzero è un federalismo vero che ha solo bisogno di rinnovarsi).
 

In queste analisi e riflessioni è spiegato con estrema chiarezza quali debbano essere le caratteristiche di un vero federalismo, da realizzare in maniera effettiva, in una vera Costituzione federale. Quindi, con ordine:

1) innanzitutto due centri di poteri equivalenti dotati ognuno di una propria sovranità (Cantoni e Federazione); 2) le entità federate (lui parlava di Cantoni) devono avere dimensioni tali da permettere loro di svolgere l’attività a loro preposta riuscendo inoltre a resistere al potere dell’autorità centrale; 3) tutte le regole che disciplinano il funzionamento del sistema generale sono ispirate al principio del contratto (negoziato) e della maggioranza qualificata; 4) nella Costituzione si devono prevedere strumenti che consentano sempre una rapida e certa decisione degli affari di Governo; 5) una struttura fiscale – fortemente autonoma per i vari soggetti istituzionali interessati – che poggi su due livelli: municipale e cantonale.

È evidente che se non si ha una pluralità di sovranità, non è possibile parlare apertamente di un sistema federale concreto e realizzato. In questo Miglio era inflessibile. Inoltre, e anche qui stiamo ragionando di una elementare regola per qualsiasi sistema politico-istituzionale che si voglia configurare come federale, occorre costruire una reale autonomia fiscale per gli enti che compongono la Federazione.
 

Un intellettuale eclettico

Egli fu un pensatore, un intellettuale straordinariamente eclettico. La sua immensa cultura gli permise di svariare in più campi del sapere: dalla sociologia al diritto, dalla storia del pensiero politico alla scienza dell’amministrazione fino, addirittura, all’architettura (solo per citare un curioso aneddoto poco noto, progettò di persona – in maniera minuziosa e scrupolosa – la casa dove abitò con la sua famiglia e quella dell’amata sorella).
 

Il suo pensiero – fortemente legato alla realtà concreta dei fatti – era improntato al cosiddetto realismo politico. Maestro di questa corrente di pensiero fu Carl Schmitt, giurista tedesco di grandezza siderale. Un pensatore che venne fatto scoprire in Italia proprio da Miglio, il quale decise di curarne la traduzione in italiano. Lo studio e l’analisi di questo pensatore rappresentarono per Miglio – senza alcun dubbio – un’importante crescita di conoscenza e di concezioni sul diritto e la Politica, che lo portarono a divenire, né più né meno, proprio parafrasando quanto disse su di Lui lo stesso Schmitt, “il maggior conoscitore delle istituzioni e l’uomo più colto d’Europa”.
 

Pur convinto fortemente delle proprie idee e delle proprie scoperte scientifiche sulle cosiddette Regolarità della Politica, per Miglio una dimostrazione scientifica non era mai una “conquista” definitiva. Quando affrontava un tema, un argomento, una propria ipotesi di ricerca che nella maggior parte dei casi i suoi colleghi o non vedevano o non riuscivano nemmeno ad intuire, lo faceva sempre con un profondo spirito critico, senza dogmatismi. Il dubbio, infatti, era connaturato con la sua mente, con il suo modo di ragionare. Mai e poi mai credeva – una volta raggiunta la dimostrazione di una propria ipotesi scientifica – che la stessa fosse poi caratterizzata da immutabilità perenne, da certezze inconfutabili. Anche in questo stava la sua grandezza di pensatore e di studioso, ovvero la capacità – che lui possedeva rispetto ad una miriade di professori e Scienziati della Politica che credono di avere la “verità in tasca” – di confutare e rigettare completamente una propria teoria, nel caso la realtà dei fatti avesse dimostrato la non validità di quanto da lui sostenuto.
 

È da qui che sorge – con tutta la sua forza e la sua carica innovativa – il forte desiderio in Miglio alla continua ed incessante ricerca, alla volontà di indagine permanente e di scoperta, caratteristica che – dal mio modesto punto di vista – dovrebbe possedere chiunque studi la realtà politica e sociale, in qualsiasi contesto si trovi ad operare.
 

Miglio, un “uomo libero”

Il silenzio sui suoi lavori, scritti, lezioni universitarie ecc. è andato avanti e continua, purtroppo, ancora. Anche oggi, nel 25° anniversario della sua scomparsa, i finti federalisti che cercano, in ogni modo, di rincorrere nuovi e inquietanti estremismi di destra (Vannacci, Le Pen, Abascal) e che nulla hanno a che vedere con la Lega primigenia (federalista, liberista e profondamente europeista) stanno dando prova della profonda ipocrisia che muove le loro azioni. Imperterriti procedono, come sempre ogni anno il 10 agosto, a celebrare e ricordare la figura di Miglio, agganciando le sue idee federaliste all’autonomia differenziata in discussione in queste settimane in Parlamento e in alcuni Consigli Regionali. Fino addirittura ad arrivare a pronunciare dichiarazioni che lasciano solo l’amaro in bocca, per quanto siano beffarde: “Oggi l’autonomia è finalmente diventata una realtà concreta e un tema centrale per il futuro del Paese, e le idee di Miglio continuano con tutta la loro forza a orientare il nostro percorso politico e a vivere nelle nostre coscienze e nelle nostre comunità” (dichiarazione rilasciata oggi, 10 agosto 2026, da un esponente di sotto-governo della Lega Salvini Premier).

 

Dispiace, davvero, che in un giorno così importante, il 25° anniversario della sua scomparsa, la figura e la statura intellettuale di un gigante, come fu Miglio, sia utilizzata per meri scopi elettoralistici da chi ha solo tradito quelle che sono state le idee fondanti di un movimento rivoluzionario.
 

Ciao Profesùr.

Roberto Marraccini

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