Sport, 20 novembre 2025

Svizzera, una qualificazione che sa tanto di Yakin

Il ct è stato abile a fare marcia indietro su alcune sue idee, ricompattando il gruppo e ridando alla Nazionale quella forza interna che ha permesso di ottenere il pass per il prossimo Mondiale

LUGANO – Il sesto Mondiale consecutivo è realtà. Da Germania ’06 a United ’26: in 20 anni la Svizzera ha saltato soltanto l’Europeo 2012, dimostrando un grande passo avanti, una grande crescita, una grande maturazione che ha portato la nostra Nazionale a competere senza timone con tutte le più grandi formazioni europee e mondiali. La qualificazione alla prossima Coppa del Mondo, però, non era così scontata, non solo perché la Svizzera era reduce da una Nations League da dimenticare, non solo perché alcuni senatori importanti avevano salutato il gruppo, ma anche perché in seno alla squadra qualcosa sembrava essersi rotto, dopo alcuni duri faccia a faccia tra Murat Yakin e alcuni giocatori, come Xhaka e Akanji. 

 
 
Proprio per questo il vero protagonista di questo pass strappato con facilità è stato Murat Yakin. Dopo la pessima Nations League, il sorteggio ci aveva ‘regalato’ la Svezia e il Kosovo: due realtà che, a conti fatti, ci avrebbero potuto rendere la vita complicata. Se da una parte è vero che gli scandinavi si sono scavati la fossa da soli – ottenendo 2 soli punti in tutto il cammino verso gli States – i kosovari sono stati un osso duro e la vera differenza tra la nostra Nazionale e quella allenata da Foda è maturata nel 4-0 ottenuto da Embolo e compagni nella sfida casalinga dello scorso settembre che, di fatto, ha deciso le sorti della qualificazione.
 
 
Murat Yakin, dicevamo. Il commissario tecnico è stato bravo a tornare indietro sui suoi errori, ha capito che senza Xhaka e Akanji dalla sua parte il nostro cammino sarebbe stato maledettamente complicato e, durante lo stage disputato in America, qualcosa è cambiato: il gruppo si è ricompattato, ha accolto i nuovi giovani arrivati – compreso uno strepitoso Manzambi – ed è riuscito a fare a meno di giocatori di qualità, come Sanchez e Amdouni, trovando stabilità e ‘cattiveria’ agonistica, che ci hanno permesso di comandare sempre il gioco, le partite e, di conseguenza, anche il cammino verso l’America.

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