Pavel Pergl aveva 40 anni quando decise di farla finita. Si trovava a Magdeburgo e non sopportava più le “ingiustizie” della vita. La compagna gli aveva proibito di vedere la figlioletta nata poco tempo prima e i soldi erano ormai finiti. Il difensore ceko di tante battaglie calcistiche aveva perso la voglia di vivere e il 1° maggio del 2018 si tolse la vita nella cittadina dell’ex DDR.
Prima di lui, sette anni prima, un altro grande sportivo ticinese, Peter Jaks, se n’era andato seguendo la stessa modalità: il suicidio. Come l’ex attaccante dell’Ambrì Piotta e del Lugano, ha lasciato dietro di sé tanta tristezza e tante domande. Perché?
Sulla vicenda di Pergl ci sono ancora diversi punti da chiarire e probabilmente tutta la verità non verrà mai a galla. E forse, a pensarci bene, poco importa. Che conta, purtroppo, è la scomparsa di un giocatore di valore e di un ragazzo dolce e disponibile, sul cui volto appariva un velo di tristezza, come se la sua vita fosse segnata.
A questo proposito ci vengono in mente le parole di un suo ex compagno di squadra dell’ACB: “Pavel mette in campo tanta rabbia e tanta grinta come se volesse sfogarsi su qualcosa o su qualcuno”. Il difensore ceko non ha avuto una vita facile, già dai tempi dello Sparta Praga, società con la quale ha vinto due campionati e partecipato alla Champions League.
“Sembrava non riuscisse a scrollarsi quella patina di riservatezza e direi pure di tristezza che lo caratterizzava. A volte sorrideva e faceva pure battute. Ma quel volto incerto e quasi timoroso non l’ho scorderò mai”, ricorda un altro ex compagno granata.
E in fondo, quel girovagare fra tante squadre di mezza Europa rivela i tratti di una persona alla perenne ricerca di un luogo in cui fermarsi: non lo trovò in Germania, in Cechia, nemmeno in Israele, Grecia e Liechtenstein. Forse il Ticino è stato il posto che ha amato di più. “Mi piacerebbe fermarmi e costruire qualcosa”, disse una volta ai microfoni di "Teleticino". Parole che oggi pesano come un macigno, perché proferite pochi mesi prima della sua morte, avvenuta inaspettatamente a Magdeburgo.
Dentro di lui cercava pace e tranquillità e la paternità sembrava giunta al momento giusto. “È incredibile: in vita mia non ho mai provato una gioia così grande”, disse ai colleghi di Melide. Forse in quella splendida occasione aveva intravvisto la luce in fondo al tunnel. I suoi dubbi, le sue paure e le sue incertezze parevano essere svanite con la nascita della
Prima di lui, sette anni prima, un altro grande sportivo ticinese, Peter Jaks, se n’era andato seguendo la stessa modalità: il suicidio. Come l’ex attaccante dell’Ambrì Piotta e del Lugano, ha lasciato dietro di sé tanta tristezza e tante domande. Perché?
Sulla vicenda di Pergl ci sono ancora diversi punti da chiarire e probabilmente tutta la verità non verrà mai a galla. E forse, a pensarci bene, poco importa. Che conta, purtroppo, è la scomparsa di un giocatore di valore e di un ragazzo dolce e disponibile, sul cui volto appariva un velo di tristezza, come se la sua vita fosse segnata.
A questo proposito ci vengono in mente le parole di un suo ex compagno di squadra dell’ACB: “Pavel mette in campo tanta rabbia e tanta grinta come se volesse sfogarsi su qualcosa o su qualcuno”. Il difensore ceko non ha avuto una vita facile, già dai tempi dello Sparta Praga, società con la quale ha vinto due campionati e partecipato alla Champions League.
“Sembrava non riuscisse a scrollarsi quella patina di riservatezza e direi pure di tristezza che lo caratterizzava. A volte sorrideva e faceva pure battute. Ma quel volto incerto e quasi timoroso non l’ho scorderò mai”, ricorda un altro ex compagno granata.
E in fondo, quel girovagare fra tante squadre di mezza Europa rivela i tratti di una persona alla perenne ricerca di un luogo in cui fermarsi: non lo trovò in Germania, in Cechia, nemmeno in Israele, Grecia e Liechtenstein. Forse il Ticino è stato il posto che ha amato di più. “Mi piacerebbe fermarmi e costruire qualcosa”, disse una volta ai microfoni di "Teleticino". Parole che oggi pesano come un macigno, perché proferite pochi mesi prima della sua morte, avvenuta inaspettatamente a Magdeburgo.
Dentro di lui cercava pace e tranquillità e la paternità sembrava giunta al momento giusto. “È incredibile: in vita mia non ho mai provato una gioia così grande”, disse ai colleghi di Melide. Forse in quella splendida occasione aveva intravvisto la luce in fondo al tunnel. I suoi dubbi, le sue paure e le sue incertezze parevano essere svanite con la nascita della
sua piccola creatura. Il mondo di Pavel adesso era permeato di gioia e allegria.
C’erano ancora delle situazioni da sistemare. A 39 anni suonati il calcio non poteva più offrirgli molto dal lato agonistico. E allora aveva cominciato a studiare per diventare allenatore e preparatore atletico. Aveva anche trovato un club (nei Grigioni) pronto a dargli una possibilità di ricominciare. “Ho tanti progetti in testa”, ci disse una volta. Poi però, come un fulmine a ciel sereno, la luce scomparve e tornò il buio.
Improvvisamente si chiuse in sé stesso e non lasciò più traccia: lo cercavano in molti, anche per chiedergli la sua disponibilità come allenatore e calciatore ( a livello regionale) o semplicemente per salutarlo e sapere come stava. Pavel era già entrato in depressione: i bene informati raccontavano di liti con la sua compagna e della decisione di ques’ultima di lasciarlo e di non fargli più prevedere la bambina.
Il ragazzo dallo sguardo triste non riusciva più a tollerarlo. Dalla Svizzera interna arrivarono poi altre notizie su un presunto dissesto finanziario. Su Pavel cadde il silenzio. Poi, quel maledetto primo maggio di tre anni fa, si consumava il dramma in una casa di Magdeburgo, dove aveva trovato una sistemazione, lontano da tutti e da tutti.
Come Peter Jaks aveva deciso che questo mondo non aveva più nulla da dargli. Aveva perso la voglia di lottare, come faceva contro attaccanti rognosi e spigolosi. E senza la sua ragione di vita, quella figlia tanto desiderata, che senso aveva andare avanti?
C’erano ancora delle situazioni da sistemare. A 39 anni suonati il calcio non poteva più offrirgli molto dal lato agonistico. E allora aveva cominciato a studiare per diventare allenatore e preparatore atletico. Aveva anche trovato un club (nei Grigioni) pronto a dargli una possibilità di ricominciare. “Ho tanti progetti in testa”, ci disse una volta. Poi però, come un fulmine a ciel sereno, la luce scomparve e tornò il buio.
Improvvisamente si chiuse in sé stesso e non lasciò più traccia: lo cercavano in molti, anche per chiedergli la sua disponibilità come allenatore e calciatore ( a livello regionale) o semplicemente per salutarlo e sapere come stava. Pavel era già entrato in depressione: i bene informati raccontavano di liti con la sua compagna e della decisione di ques’ultima di lasciarlo e di non fargli più prevedere la bambina.
Il ragazzo dallo sguardo triste non riusciva più a tollerarlo. Dalla Svizzera interna arrivarono poi altre notizie su un presunto dissesto finanziario. Su Pavel cadde il silenzio. Poi, quel maledetto primo maggio di tre anni fa, si consumava il dramma in una casa di Magdeburgo, dove aveva trovato una sistemazione, lontano da tutti e da tutti.
Come Peter Jaks aveva deciso che questo mondo non aveva più nulla da dargli. Aveva perso la voglia di lottare, come faceva contro attaccanti rognosi e spigolosi. E senza la sua ragione di vita, quella figlia tanto desiderata, che senso aveva andare avanti?
La sua morte ancora oggi è permeata di mistero. Non tanto sulla modalità ma sui motivi che l’hanno provocata. Al di là di tutto Pavel ha lasciato un bellissimo ricordo e tanto sgomento quando se n’è andato. Disse, allora, l’attuale presidente del Bellinzona Paolo Righetti: “Questo genere di notizie bisogna farsele ripetere 3-4 volte perché non ci credi, o meglio non ci si vuole credere… sono come un fulmine a ciel sereno. È un momento di grande tristezza. Pavel in campo era l’ultimo a mollare, lo chiamavano il vichingo. Si era trovato bene a Bellinzona e si era anche un po’ innamorato della città. Lo diceva sempre. Ci siamo sentiti alla fine dello scorso campionato e aveva espresso il desiderio di poter tornare un giorno a Bellinzona a vivere. Si era attaccato ai colori granata e alla città, si era fatto voler bene da tutti per il suo temperamento e la grinta che metteva in campo”.
ARNO LUPI