Sport, 02 luglio 2024

La maledizione continua: canadesi a secco da 31 anni

In finale Edmonton sconfitto da Miami. È dal 1993 che vincono gli americani

LUGANO - Si è trattenuto il fiato in Canada settimana scorsa. In tutto il Paese, da Vancouver a Montréal, dall’Oceano Pacifico a quello Atlantico, gli appassionati di hockey erano curiosi di sapere se, dopo 31 lunghissimi anni, la Coppa Stanley avrebbe fatto ritorno a Nord. Dal 1993, anno in cui a vincere il campionato furono i Canadiens, quelli per intenderci con in pista anche Petrov, Di Pietro e Stéphan Lebeau, ci sono stati solo successi americani. C’erano andati vicini per l’ultima volta gli stessi québecois nel 2021, in una delle stagioni “pandemiche” perdendo in finale contro Tampa Bay, al termine però di una stagione monca e molto particolare. Ma anche i Canucks avevano sfiorato l’impresa, quando da grandi favoriti avevano perso però in gara-7 contro i Boston Bruins nel 2011. E anche quest’anno tutto si è deciso all’ultimo respiro, con la partita decisiva che si è giocata a Sunrise, in Florida, con più della metà del pubblico votato alla causa degli Edmonton Oilers e con sugli spalti Mr. Hockey, Wayne Gretzky, che con quella maglia aveva vinto quattro titoli nel giro di cinque anni tra il 1983 e il 1988. Ma non è bastato: nemmeno questa volta la Stanley ha varcato il confine. E va, per la terza volta in cinque anni, in Florida: dopo la doppietta firmata dai Tampa Bay Lightning tra il 2021 e il 2022, tocca ai Florida Panthers festeggiare, per la prima volta nella loro storia. L’anno scorso la franchigia più meridionale della NHL aveva perso per 4-1 nella serie contro Las Vegas: questa volta ce l’ha fatta. 


Eppure tutto sembrava pronto perché a sollevare la coppa fossero i giocatori dell’Alberta. Sotto per 3-0 nella serie, con le spalle al muro, gli Oilers erano riusciti a riportarsi sul 3-3. I canadesi parevano volare sulle ali dell’entusiasmo, i floridiani sembravano essere in debito di ossigeno e completamente scarichi. E invece hanno saputo raccogliere le loro residue energie per imporsi nell’ultima sfida per 2-1, in un impianto come detto, in stragrande maggioranza popolato da tifosi di Edmonton. È stata l’occasione più ghiotta gettata al vento da una franchigia canadese dal 1993? Probabilmente sì. Quel che è certo però è che i Panthers hanno meritato la loro vittoria, perché si sono dimostrati più pronti ad affrontare la madre di tutte le sfide, dopo che nelle serie precedenti in realtà non erano mai stati messi in difficoltà: 4-1 a Tampa Bay nel primo turno, 4-2 a Boston nel secondo turno, 4-1 ai favoriti New York Rangers nella finale di Conference. È vero, dopo avere avuto il dominio totale nella serie di finale sino a gara 3, gli uomini di coach Paul Maurice, una vecchia volpe dell’hockey nordamericano, hanno mollato gli ormeggi, forse troppo sicuri. Ed è a quel momento che gli Oilers, spinti da Connor McDavid stratosferico, hanno dimostrato di non voler fare da sparring partner: 8-3, 5-3, 5-1 i tre successi che hanno rimesso tutto in discussione. Poi, nello spogliatoio dei Panthers qualcosa è cambiato: nei tre giorni che hanno preceduto gara 7, Florida si è stretta attorno al suo portiere Sergei Bobrovski, eletto miglior giocatore della partita, che ha offerto una prestazione al limite della perfezione. E dopo avere segnato al 16’ del secondo tempo con Sam Reinhart il gol del 2-1 hanno chiuso la saracinesca. Per una Edmonton sempre più febbrile e sempre meno ordinata nei suoi attacchi, non c’è più stato nulla da fare: il decimo gol nella postseason del centro canadese è risultato essere il Game Winning Goal. O meglio il Season Winning Goal.


Ad Edmonton sono in molti a mordersi le mani, in primis Connor McDavid: 132 punti stagionali in totale, di cui 42 solo nei playoff. Ma anche, al suo pari, Evan Bouchard e Leon Draisaitl, il primo arrivato a quota 32, Il secondo a quota 31. Cifre incredibili per un settore offensivo impressionante. Ma che non è bastato contro la disciplina di Florida, che ha avuto come suo miglior marcatore Alexander Barkov, 22 punti. Troppo facile a questo dirsi che forse alla fine a fare la differenza è stata la maggiore distribuzione delle forze nel roster dei neo-campioni: in fondo la differenza l’ha fatta una sola rete… Ma torniamo a parlare di McDavid, eletto poi alla fine della finale come vincitore del Conn Smythe Trophy come giocatore più decisivo dei playoff: con 8 reti e 34 assist sicuramente un riconoscimento meritato. I quasi tre punti a partita sono lì a testimoniare quale sia stato l’impatto del 27enne sulla finale: negli ultimi anni non c’era stato nessuno così decisivo. Per qualche giorno si è pure pensato che McDavid potesse ripetere l’impresa di Gretzky, che nel 1985 di punti ne fece addirittura 47. Poi però proprio sul bello la stella degli Oilers si è fermata: 0 punti in gara 7. E con lui a piangere, a fine gara, ci sono stati anche milioni di canadesi. Connor non ha nemmeno avuto la forza di andare a ritirare il riconoscimento a lui destinato. Non si è sentito degno: ha ritenuto il suo sforzo insufficiente per far vincere la propria squadra. Una lezione che molti sportivi nostrani dovrebbe imparare.


Quest’anno nessun giocatore rossocrociato si è giocato la finale della Stanley. Anzi, nessun elvetico era nemmeno presente nelle finali di Conference. Bisogna scendere fino al secondo turno della postseason, ossia alle semifinali di Conference, per trovare Pius Suter e suoi Vancouver Canucks, eliminati in sette partite dagli Oilers. Questa coincidenza, più unica che rara, ha permesso alla nazionale svizzera di poter contare praticamente sulla totalità dei suoi legionari che giocano in NHL e quindi di arrivare in finale al Mondiale ceco. Ciò non toglie però che Josi con i Nashville Predators si è confermato come uno dei difensori più forti al mondo e che i vari Niederreiter, Meier e Siegenthaler con New Jersey hanno fatto vedere belle cose. Per qualche anno ancora ci sarà una spina dorsale importante per la nazionale, ma fra un po’, se non scoppieranno talenti inattesi, si rischia il buco. Lo aveva dichiarato un paio di anni or sono appunto lo stesso Roman Josi, in un’intervista quasi passata inosservata. L’ultimo grande appuntamento per questa generazione rischia di essere l’Olimpiade di Milano-Cortina del 2026, quando la NHL si fermerà per permettere a tutte le stelle di difendere i colori delle proprie nazionali. E nella speranza, sportiva, che anche la Russia possa partecipare, lì si tireranno le somme: potrebbe essere l’ultima parata di una generazione eccezionale che però non ha vinto nulla. Prima di anni che si prospettano bui. Speriamo di sbagliarci.

O.R.

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