Ticino, 16 aprile 2026

Gobbi: “Il primo anno presidenziale indimenticabile. E ora il Ticino va avvicinato alla Svizzera”

Il consigliere di Stato traccia un bilancio dei suoi anni alla presidenza, guarda a un possibile quarto mandato e lancia un messaggio chiaro a Berna

Signor Gobbi, lei si appresta a concludere il suo terzo anno presidenziale. Quale dei tre è stato il migliore?

È difficile sceglierne uno perché ogni anno presidenziale è stato diverso a modo suo. Il primo, però, resterà indimenticabile: avevo 38 anni e mi confrontavo per la prima volta con un ruolo di grande responsabilità, che ho vissuto fin da subito con naturalezza, anche grazie alla mia facilità nel relazionarmi con le persone. Accanto alla dimensione istituzionale della presidenza, c’è sempre una forte componente umana: essere tra la gente è parte integrante del mio modo di operare e mi permette di restare connesso al territorio.
 

Già prima del collega Zali, lei ha annunciato di volersi ricandidare, ciò che potrebbe aprirle le porte di un quarto anno presidenziale. In questo ipotetico quarto anno, cosa farebbe che non ha fatto finora?

Vorrei avvicinare il Ticino alla Svizzera. A Berna c’è poca percezione della particolare situazione che viviamo a sud delle Alpi. La recente decisione di non procedere almeno fino al 2030 alla modifica dell’ordinanza sulla perequazione finanziaria lo dimostra. Il Ticino è un pilastro della coesione nazionale e un interlocutore strategico nei rapporti con l’Italia. Per questo sarà fondamentale lavorare con spirito di squadra: la deputazione ticinese alle camere federali deve ricordarsi, anche se manca un anno dalle elezioni cantonali, che il suo obiettivo principale è quello di difendere con determinazione gli interessi del Ticino.
 

In caso di rielezione, potrebbe entrare nella Top 10 dei consiglieri di Stato più longevi. Ne sarebbe fiero?

Uno dei più longevi e non ho nemmeno 50 anni. Sono un giovane con tanta esperienza (ride, ndr.). Non conto i giorni di mandato e non ho intenzione di scalare classifiche, ma sento che ho ancora tanta voglia di fare e sono motivato.

Il più longevo è stato Guglielmo Canevascini, in carica per oltre 37 anni, ma lui era socialista. Io sono in carica da 15 anni e, teoricamente, per raggiungerlo me ne mancherebbero ancora 22. Vorrei però far notare che Canevascini è stato un fattore di stabilità e di pluralità in anni complessi, in un periodo in cui il Cantone era particolarmente diviso. È passato molto tempo, ma questo aspetto non è cambiato: in un Ticino litigioso servono figure che sappiano garantire stabilità.
 

Qual è oggi il valore aggiunto che la Lega porta in governo?

Non sono le etichette a contare, ma le persone. Per quanto mi riguarda, porto in Governo la sensibilità dell’area di destra nazionale, soprattutto quando penso alle sfide che attendono il Ticino e la Svizzera nei prossimi anni: dai rapporti con l’UE, alla neutralità, fino alla gestione dell’immigrazione.
 

Ora la Lega potrebbe proporre un duello fratricida. Chi ci guadagnerebbe?

“Duello fratricida” è un’espressione che non mi piace per niente. Sono un uomo di sport e credo nel gioco di squadra. Ma se dovesse profilarsi un duello, che vinca il migliore.
 

Da più parti si indica un governo in difficoltà, quasi apatico. Sono solo critiche dettate dall’invidia di non farne parte?

Sono critiche che arrivano da chi non conosce le dinamiche di un Governo cantonale. Le sedute del Consiglio di Stato sono tutt’altro che apatiche: il confronto è spesso diretto, ma sempre leale e focalizzato sui contenuti, non sulle persone. Chi critica, invece, si limita spesso ad attacchi personali, senza portare proposte concrete sui temi.
 

Non le sembra che vi state un po’ facendo portare a spasso da Marina Carobbio, per esempio su Gaza o sulla Scuola che verrà?

Non so che impressione abbia lei, ma le garantisco che Norman Gobbi è sensibile alle reali crisi umanitarie dove vengono uccisi dei bambini innocenti, e il 28 maggio 2025 il Consiglio di Stato, sotto la mia presidenza ha fatto un appello al Consiglio federale sulla situazione umanitaria in Palestina. Per quanto riguarda la riforma della Scuola media, è stato il Gran Consiglio a votare la volontà di riforma e il Governo ha dato seguito al percorso indicato; se non piace, che cambino orientamento strategico.
 

Lei vedrebbe di buon occhio un rimescolamento dei dipartimenti? O anche solo un arrocco tra Carobbio e De Rosa?

Dipenderà dalle persone e dalle opportunità che si presentano. È musica del futuro.
 

Il suo arrocchino con Zali è stato un successo? Quali risultati ha portato?

Non si può definire un successo perché non è stato un cambio completo. L’idea iniziale partiva da una riflessione precisa: ciascuno di noi vedeva nei dossier dell’altro spazi di impulso e di cambiamento positivo. L’azione di Governo è prima di tutto un lavoro di continuità istituzionale. Claudio ha recentemente concluso la Riforma delle ARP, frutto di un percorso avviato e sviluppato negli anni precedenti dal sottoscritto con il Dipartimento. Io ho raccolto il testimone della ricostruzione del Ponte di Visletto e mi sto impegnando a portare nuovi stimoli alla Divisione delle costruzioni, un settore strategico per il nostro territorio.
 

Zali ha annunciato la riduzione dei radar. Perché non l’ha fatto prima lei?

Sarebbe stato un bel gol a porta vuota. Ognuno fa le sue valutazioni e le sue scelte. Osservo però che il 5 marzo 2026 in un comunicato di Polizia sono stati segnalati 5 pirati della strada identificati in due mesi. Il comunicato citava “La velocità elevata permane una delle maggiori cause di incidenti, con esiti anche gravi e/o letali.” L’ho vissuto in famiglia, avendo perso uno zio travolto da un’auto a Piotta quando aveva solo 4 anni. Del resto, ho ricevuto spesso sollecitazioni di cittadini che chiedevano più controlli radar in determinati tratti stradali ritenuti pericolosi.
 

Ma in fin dei conti i radar sono un tema importante o ingigantito per fini politici?

Il tema ci scalda quando veniamo “flashati” ed è naturale, ma i radar fanno polemica solo in Ticino. Giro tutta la Svizzera nell’ambito delle attività intercantonali e mai nessuno li tematizza come un problema.
 

Un “non-tema” è quello del suo incidente. Quali conclusioni trae da questa vicenda?

Una vicenda che ha fatto fin troppo discutere, sottraendo tempo ed energie alle reali priorità del Cantone. I fatti hanno dimostrato la correttezza del mio comportamento. Non serve aggiungere altro.
 

Ha provato un briciolo di “Schadenfreude” per il decreto d’accusa a Fiorenzo Dadò?

Molti amici mi hanno detto: “La röda la gira”.
 

Vi siete trovati, lei e Dadò, per un bicchiere al grotto o una cena (non a Bormio)?

Nel tempo libero preferisco altre compagnie.
 

Un tema importante è l’Amministrazione cantonale. Lei si esporrà a favore dell’iniziativa “Stop all’aumento dei dipendenti pubblici”, come ha fatto per l’iniziativa sul canone SSR?

L’iniziativa è orba perché si basa su dati non completi e non analizza il problema nella sua interezza. L’aumento dei costi del personale è dovuto principalmente all’aumento del corpo docenti cantonale.
 

Sotto la sua direzione il DI è cresciuto, già solo per il potenziamento della polizia. Sarebbe un problema dover snellire l’organico del 10%?

Oggi il corpo di polizia è sano e svolge un lavoro eccellente. Il Ticino è un territorio sicuro, con una qualità di vita alta. Tutto si può fare, poi bisogna accettare anche i rischi e le conseguenze.
 

Con il senno di poi, ritiene di aver fatto bene a sostenere pubblicamente l’iniziativa sul canone SSR?

Era la mia opinione e i colleghi sono stati informati sin dall’inizio.
 

Non le sembra che dall’8 marzo la RSI la stia un po’ snobbando?

Per niente. Si sono dimostrati professionali e, almeno fino ad oggi, non ho avuto questa impressione.
 

Un altro tema importante sono le due iniziative sulle casse malati. È stato un errore mettere nello stesso calderone sia quella della Lega sia quella del PS? Una è attuabile, l’altra molto meno.

Sono state votate in Gran consiglio in parallelo e così dovevano procedere, nel pieno rispetto della volontà popolare.
 

Dopo la decisione del Consiglio federale di non accogliere la modifica proposta dal Ticino, quali sono gli “ulteriori passi” promessi dal Consiglio di Stato?

È stato uno schiaffo al Ticino, alla coesione nazionale e al principio di solidarietà. Il Consiglio di stato sta discutendo in questi giorni i prossimi passi, ma sicuramente non resterà spettatore passivo.
 

La situazione finanziaria del Cantone è molto difficile, ciò che limita la progettualità dei consiglieri di Stato. Cosa la motiva ad andare avanti?

È vero, saranno anni difficili ma vorrei contribuire a condurre il Ticino fuori da questa burrasca. La motivazione è dettata da un aspetto che spesso viene dato per scontato. Guardiamo fuori dalla finestra, il nostro Cantone funziona, è sicuro, nessuno viene dimenticato, è un Paese dove si vive bene. Mi piacerebbe contribuire a invertire una certa tendenza alla negatività nel dibattito pubblico.
 

Quali obiettivi vorrebbe raggiungere prima di lasciare il Consiglio di Stato?

Sono in corso diverse iniziative legate alla digitalizzazione e alla semplificazione dei processi dell’amministrazione cantonale. L’obiettivo è portarle a compimento e ottenere risultati concreti, migliorando i servizi e le prestazioni offerte a cittadini, Comuni e imprese. In questa direzione si inserisce anche un progetto promosso dal Consiglio di Stato e coordinato dal DI, i cui primi risultati sono attesi a inizio 2027.
 

Lei fa già parte di molti organi intercantonali. Non le interessa Berna?

Negli organi intercantonali di cui faccio parte, si rappresentano e si difendono gli interessi del proprio Cantone. Troppo spesso, però, vedo colleghi che, una volta eletti a Berna, finiscono per privilegiare le logiche di partito rispetto a quelle del proprio territorio. È un’impostazione che non mi piace.

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