Il caso del dipendente comunale italiano che, secondo l’accusa, timbrava il cartellino in un Comune dell’Alto Varesotto per poi venire a lavorare in Ticino, non è solo una notizia di cronaca. La vicenda è nota: Guardia di Finanza, pedinamenti, telecamere, incrocio tra timbrature e spostamenti. All’uomo, addetto alla manutenzione del verde pubblico, vengono contestate 18 assenze ingiustificate. Secondo la ricostruzione degli inquirenti, raggiungeva il Municipio con un mezzo comunale, registrava la presenza, lasciava il veicolo dell’ente e poi con la propria auto oltrepassava il confine per lavorare in Svizzera.
Quadri, in un post su Facebook, ha usato il caso per rilanciare il tema della disoccupazione dei frontalieri. Il punto è chiaro: se già oggi un controllo tra Italia e Ticino richiede indagini, appostamenti e incroci di dati, cosa succederà domani se la Svizzera dovesse farsi carico delle indennità di disoccupazione dei frontalieri?
«Ma se un domani il governicchio federale e la partitocrazia caleranno le braghe davanti alle pressioni dell'UE e la Svizzera dovrà pagare la disoccupazione ai frontalieri, avremo frotte di permessi G disoccupati che riscuoteranno rendite AD in Ticino per poi lavorare in nero in Italia, ridendosela a bocca larga degli svizzerotti fessi», scrive Quadri.
Il riferimento è alla riforma discussa a livello europeo: oggi il frontaliere disoccupato percepisce di regola le prestazioni nello Stato di residenza; domani, secondo l’ipotesi sostenuta in sede UE, dovrebbe pagarle il Paese dell’ultimo impiego. Per la Svizzera significherebbe nuovi costi. Per il Ticino, esposto come nessun altro cantone al fenomeno dei frontalieri, significherebbe anche un problema concreto di controllo.
La domanda posta da Quadri va al centro della questione: «Quali possibilità avranno le autorità svizzere e ticinesi di verificare quello che accade su suolo italico? Forse... nessuna?».
Il caso del dipendente pubblico pizzicato tra timbrature italiane e lavoro in Ticino mostra quanto sia facile giocare sul confine quando i sistemi non comunicano o comunicano male. Sia quando in ballo ci sono solo ore di lavoro sottratte a un Comune italiano, sia rendite pagate con i soldi dei contribuenti svizzeri.
Prima di accettare nuovi automatismi imposti da Bruxelles, Berna dovrebbe rispondere a una domanda molto semplice: chi controlla, dove controlla e con quali strumenti? Senza una risposta seria, il conto finirà come sempre nelle tasche dei ticinesi.





