Il dibattito sull’immigrazione sta cambiando tono anche in Europa. In Francia non è stato un esponente della destra radicale a parlare di freno, quote e stop temporaneo, ma Gérald Darmanin, ministro della Giustizia, figura dell’area macronista ed ex Républicains. In un’intervista al Journal du Dimanche, ripresa da Le Monde e da altri media francesi, Darmanin ha proposto un “moratoire de trois ans sur l’immigration légale”, spiegando che la Francia è arrivata al “limite” della propria capacità di integrazione e assimilazione.
La proposta è netta: sospendere per tre anni una parte dell’immigrazione legale, rivedere il ricongiungimento familiare e introdurre quote migratorie. Darmanin ha legato il tema anche alla necessità di modificare la Costituzione francese, perché senza strumenti chiari lo Stato non riesce più a governare davvero i flussi. È un segnale politico pesante: quando perfino a Parigi, nel cuore dell’Europa che per anni ha predicato apertura quasi illimitata, si parla di capacità esaurita, significa che il problema non può più essere liquidato come propaganda.
In Svizzera, invece, il consigliere federale Beat Jans continua a difendere la linea contraria all’iniziativa UDC “No a una Svizzera da 10 milioni”. In un’intervista a Watson ha dichiarato: “Die Schweiz hat Platz für so viele Menschen, wie sie braucht, um zu funktionieren”, cioè che la Svizzera ha spazio per tutte le persone di cui ha bisogno per funzionare. Una frase che sintetizza bene l’impostazione del Dipartimento federale di giustizia e polizia: prima il fabbisogno del sistema, poi il limite del territorio, delle infrastrutture, degli alloggi, dei salari e dei servizi pubblici.
La proposta francese conferma una cosa: il tema dei limiti non è più un tabù. Se un grande Paese europeo discute apertamente di moratoria, quote e ricongiungimento familiare, Berna non può continuare a raccontare che l’unica strada sia crescere senza fissare un confine politico chiaro.
Fonte: post UDC Ticino; Watson





