Mondo, 06 settembre 2018

Nike sceglie come testimonial un atleta anti-Trump : crollo di popolarità (e tonfo in borsa)

Sta facendo parecchio discutere negli Stati Uniti la campagna appena lanciata dalla celebre marca sportiva Nike qualche giorno fa. Il motivo è che Nike ha scelto quale testimonial il (ex?) giocatore di Football Colin Kaepernick, salito agli onori della cronaca gli anni scorsi perchè aveva deciso, seguito poi da altri giocatori, di inginocchiarsi appena prima delle partite quando pubblico e squadre dovrebbero invece stare in piedi e cantare l'inno. La pratica, conosciuta negli States come "to take a knee" (letteralmente "prendere un ginocchio"), aveva lo scopo di sensibilizzare il pubblico circa una presunta oppressione che le minoranze subiscono negli USA. La cosa, come si può immaginare, non era piaciuta a molti americani che vedevano il gesto come una mancanza di rispetto verso l'inno e più in generale verso gli Stati Uniti. La controversia si era trascinata fino a quando il presidente Donald Trump si era pubblicamente espresso contro i giocatori che facevano il gesto. Diventata una diatriba politica, con in sostanza la sinistra che accusava Trump e i repubblicani di essere contro la libertà d'espressione mentre questi ritenevano essere un gesto irrispestoso verso gli americani e gli Stati Uniti, la NFL, l'associazione del football americano, inizialmente indifferente alla questione di fronte a un calo continuo di pubblico all'inizio di questa stagione ha dovuto obbligare i giocatori a non più inginocchiarsi nel momento in cui si canta l'inno prima delle partite.
 

La controversia sembrava sul punto di morire e Kaepernick, nel frattempo senza squadra dal 2016, di finire nel dimenticatoio se non fosse che Nike ha deciso di farne il testimonial della sua ultima campagna. La foto ufficiale (vedi sopra) include un primissimo piano del controverso giocatore con una frase che recita "Credi in qualcosa. Anche se significa perdere tutto", una chiara allusione alla carriera sportiva dell'atleta, probabilmente finita a causa della sua protesta politica.
 

La reazione dei consumatori americani, come già successo alla NFL, è stata tutt'altro che positiva con Nike che ha subito immediatemente un calo in borsa di circa due punti (vedi sotto).

Ancora peggio fa la popolarità del marchio calata in tutte le categorie demografiche, ironicamente anche tra la minoranza nera per cui Kaepernick pretendeva di protestare, come si può vedere da un'inchiesta pubblicata dall'istituto di ricerca Morning Consult.

Visti i contraccolpi, anche se a onor del vero il metro di giudizio che conta sono le vendite e per questo bisogna ancora attendere, gli analisti si stanno chiedendo quali siano state le intenzioni della Nike con questa controversa campagna in quello che a prima vista sembra essere un prevedibilissimo autogol. Forse, si confermino con le vendite e il titolo in borsa le reazioni negative a questa campagna, la lezione da trarre è che i consumatori non vogliono vedere mescolati i propri marchi di vestiti con la politica, com'era già successo con il Football. E se proprio bisogna farlo, forse scegliere un'atleta con un atteggiamento negativo verso la nazione in cui la campagna viene lanciata non è la migliore idea.

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