Il benessere animale in Svizzera
Ricordiamo un punto centrale: è dagli anni 90 che la Svizzera è pioniere nei programmi per il benessere degli animali da reddito. Nello stabilire i requisiti minimi, la nostra legislazione definisce il benessere degli animali come composto da 5 libertà: libertà dalla fame e dalla sete; dallo stress fisico; dal dolore, dalle ferite e dalle malattie; dalla paura e dal pericolo; libertà di poter mostrare il comportamento normale conforme alla specie. Non trattiamo i nostri animali da reddito come “oggetti”, come più volte ripetuto da chi è schierato per il sì, e la controprova è che la legge stessa non lo permetterebbe.
Per questo è facile capire l’indignazione del mondo agricolo: l’iniziativa è stata pensata fin dal titolo come un attacco a chiunque obietti ai loro scopi o alle loro argomentazioni. Tacciandolo di difendere una pratica odiosa che nessuno vuole e applica.
Niente galleria degli orrori
In Svizzera abbiamo un problema in merito alle condizioni dei nostri animali da reddito? Dopo settimane di campagna possiamo dire chiaramente che no, non lo abbiamo e questo basandoci su quanto detto e fatto dal fronte dei sostenitori dell’iniziativa. Perché non hanno fornito alcuna evidenza grafica del perché le condizioni degli animali da reddito, soprattutto in quel famoso “5% di allevamenti intensivi” sarebbero inaccettabili. I pochi tentativi fatti riguardavano soprattutto animali filmati di notte mentre riposavano, con una luce cruda che li spaventava e ne dava una visione distorta. Oppure immagini di allevamenti esteri. O ancora le rapide fughe nell’ambito dell’ambiente o dell’alimentazione.
Le “ricadute nefaste” sul benessere degli animali descritte dagli iniziativisti si sono rivelate come quei mostri dei film horror che vengono sempre e solo accennati e mai mostrati, fino a quando non si scopre che erano allucinazioni.
Hanno preferito ripetere ad oltranza una sequenza di frasi emotive e dati parziali. Quante volte hanno ripetuto che “gli animali vedono il cielo blu solo quando vengono portati al macello”, “un foglio A4 per pollo”, “10 maiali sullo spazio di un parcheggio”? E quante volte, nel sentirsi rispondere che, per i polli, fa riferimento alla sola superficie e non ai posatoi sopraelevati o al giardino d’inverno (richiesti dalle norme SSRA o “sistemi di stabulazione rispettosi degli animali” a cui sottostà il 97% dei polli da ingrasso), o che per i maiali è lo spazio minimo per i suinetti e non per gli esemplari adulti rispondevano dicendo che la questione era un’altra? Stessa cosa quando gli si faceva notare che il “cielo blu” significa ben poco per il benessere degli animali e che basta guardare gli enormi allevamenti in Australia e negli Stati Uniti per rendersene conto.
Il povero pollo
Ricordate quando, fino a poco tempo fa, ci dicevano che la carne di pollo è povera di grassi ed ha un minore impatto ambientale rispetto alle carni rosse? Quando ci dicevano che il pollo è, dopo il pesce, il trasformatore più efficiente e seguito a breve distanza dai maiali che hanno inoltre il vantaggio di nutrirsi di scarti alimentari, rivalorizzandoli? Lo chiediamo perché durante questa campagna ci si è soffermati soprattutto su questi due animali, i cui allevamenti sarebbero i più colpiti e dovrebbero ridurre drasticamente i loro numeri o aumentare il numero di stabilimenti per poterli allevare.
Per questo si devono apprezzare i contorsionismi argomentativi di chi, sostenendo la bontà per l’ambiente e la nostra salute dell’iniziativa, deve omettere tutto questo. Meglio smantellare l’allevamento di animali da reddito il più possibile anziché lavorare -come si sta già facendo - per ridurne le emissioni.
Siamo però certi che, una volta finita questa campagna, il povero pollo tornerà a vedere i suoi meriti riconosciuti e magari persino il suino. Altri preferiranno invece dimenticare quanto detto durante la campagna.
Un’Iniziativa con conseguenze gravissime per il settore primario e i consumatori
Ribadiamo la nostra convinzione. Ci sono battaglie che si combattono per vincere, altre che, nonostante si perderanno, vanno combattute con tutte le proprie forze ed altre che sono solo un’occasione di visibilità. Purtroppo però per quest’ultima categoria ci si dimentica che tale visibilità si fa sulle spalle degli altri. In questo caso sulle spalle delle famiglie contadine che vivono del loro lavoro in questo e sulle spalle di consumatori e consumatrici che sono già in difficoltà, anche finanziaria, a causa del Covid, della guerra e della crisi energetica alle porte. Se l’iniziativa dovesse passare ci sarebbero una perdita di migliaia di posti di lavoro, costi maggiori per tutti (1800 franchi all’anno in più solo per i generi alimentari), ripercussioni serie sul commercio al dettaglio, turismo degli acquisti e maggiori importazioni. E chi se ne prenderà le responsabilità? I sostenitori del sì?
Sem Genini, segretario agricolo cantonale e deputato in Gran Consiglio per la Lega dei Ticinesi