Sport, 03 giugno 2024

Il triste e immeritato “addio” del Sabba

Il capitano quasi sicuramente non vestirà più la sua amata maglia bianconera e l’ultimo atto è stato quel rigore calciato alto che fa più male a lui che a chiunque altro

LUGANO – Il giorno dopo si ragiona meglio, a mente fredda, con meno crampi alla pancia ma con qualche pensiero in più. Non per forza più lucido, ma sicuramente più intenso ma meno di istinto. Si ripensa a come sarebbe andata se il VAR non avesse negato un rigore apparso solare al Lugano a pochi minuti dal 90’, si ripensa all’esplosione di gioia se uno di quei tre maledettissimi rigori fosse finito nella porta ginevrina, al tripudio che si sarebbe scatenato al Wankdorf nella curva bianconera, ma poi… poi si ritorna alla realtà e bisogna analizzare il presente e il futuro prossimo. 

 
 
Un futuro prossimo che riporterà il Lugano ad affrontare la Super League tra neanche un mese e mezzo, per poi rituffarsi nella Coppa Svizzera, senza dimenticare che la truppa bianconera dovrà affrontare i preliminari di Champions League, perché quest’anno il cammino europeo è tutt’altro che assodato e sicuro, a differenza della scorsa estate quando, perso il playoff di Europa League, Celar e compagni si ritrovarono di diritto in Conference League. Un futuro prossimo che dovrà essere preparato probabilmente senza il centravanti sloveno che potrebbe partire – si, ma verso quale lido? – col dubbio sul rinnovo contrattuale di Hajrizi e con l’imminente commiato a Jonathan Sabbatini.
 
 
Già, proprio lui, proprio il capitano che dopo una vita in bianconero in questi giorni – se non in queste ore – dirà “addio” al suo Lugano, saluterà i compagni e svuoterà l’armadietto in quel di Cornaredo. Avrebbe voluto restare il buon Sabba, avrebbe voluto continuare a difendere quei colori con la fascia di capitano al braccio, avrebbe voluto restare sulle rive del Ceresio con un ruolo da protagonista. Ma la società ha deciso altrimenti: la sua possibilità di restare a indossare il bianconero si chiamava U21 ma il centrocampista uruguaiano ha detto “no”. E anche giustamente. A 36 anni i numeri parlano ancora per lui, il fisico lo sorregge e un posto in Super League, in qualche altra squadra, sicuramente lo troverà… anzi le prime offerte sarebbero già arrivate.
 
 
Sabba però avrebbe voluto salutare da vincente, con un trionfo, e la trama della finale di Coppa Svizzera di ieri sembrava scritta dal migliore dei narratori: entrato dalla panchina, dopo l’errore dagli 11 metri di Bolla, il capitano ha avuto sul piede il rigore della gloria. Ha scelto la potenza, la potenza angolata, sotto l’incrocio dei pali alla sua destra, forse mosso dalla tensione, dalla paura di sbagliare e dalla voglia di spaccare il mondo per dire “addio” alla sua gente col gol vittoria. Come sia andata lo sappiamo tutti: quel pallone finito in curva ce lo ricorderemo tutti, un po’ di più proprio lui, il capitano di mille battaglie che alla fine ha dovuto ingoiare un boccone amarissimo, mentre le lacrime bianconere bagnavano gli spalti, il campo e lo spogliatoio del Wankdorf. Dall’altro lato la gioia ginevrina. Da questo il silenzio luganese. Sì, Jonathan Sabbatini si meritava un addio migliore.

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