Sport, 05 febbraio 2019
Massimo Marianella: “Il campionato svizzero di hockey andrebbe valorizzato di più! Quello di calcio invece…”
Il giornalista di Sky è intervenuto ai nostri microfoni raccontandoci alcuni aneddoti della sua carriera e la passione per l’hockey. “Molti più italiani dovrebbero seguire la vostra lega. Vi svelo un particolare sull'esultanza per Drogba...”
MILANO – È in assoluto uno dei giornalisti e uno dei commentatori sportivi più famosi in Italia e non solo, la sua esultanza ai gol di Didier Drogba lo ha reso ancora più celebre agli occhi e alle orecchie degli sportivi italiani e internazionali, ma Massimo Marianella è anche un appassionato di hockey, di calcio internazionale e uno dei maggiori esperti in ambito sportivo. Qualche settimana fa era presente sotto le volte della Cornèr Arena per intervistare Henrik Hääpala e nelle scorse ore si è concesso ai nostri microfoni per un’intervista interessante a 360°.
Massimo Marianella, quando hai capito che quella del giornalista sportivo era la tua strada?
In realtà non l’ho mai capito, in realtà l’ho sempre voluto fin da bambino. Io volevo scrivere, era la cosa che più volevo fin dalla tenera età: poter raccontare lo sport su un giornale, questo era il mio obiettivo. Non avrei mai pensato di poterlo fare in TV, che rappresenta sicuramente un passo in più. Questo è davvero un lavoro meraviglioso, io dico sempre che “mi diverto, non lavoro”. Un esempio: domenica ho guardato il Super Bowl per poi redigere l’articolo per il nostro sito, ma in realtà… lo avrei visto lo stesso.
Quali sono i consigli che ti senti di dare a chi si avvicina a questo mestiere?
Oggi è sicuramente più difficile riuscire a realizzare le proprie ambizioni, in tanti vorrebbero diventare giornalisti sportivi, ma purtroppo c’è più offerta della reale richiesta. Anche da noi a Sky arrivano tanti stagisti, davvero bravi, svegli, tecnologici, ma non abbiamo la possibilità di assumerli tutti. Ma una cosa sento di dirla: bisogna crederci sempre! In questo lavoro ti chiuderanno in faccia 100 porte, è successo anche a me, ma se sei convinto che è quello che davvero vuoi, allora devi insistere perché prima o poi quella porta che conta, che ti dà l’occasione di entrare in questo meraviglioso mondo, si aprirà.
Si sente la passione per questo lavoro emergere dalle tue parole…
Noi siamo un tramite importante tra lo sport e la gente che è a casa o che legge un giornale o un sito. Possiamo essere coinvolgenti, possiamo narrare gli eventi e ciò che ci sta intorno nel miglior modo possibile, ma non siamo noi l’evento, questo è un punto fondamentale da capire. Un giornalista deve sempre cercare di dare il massimo, deve essere sempre aggiornato: io faccio questo mestiere da 30 anni e ogni volta aggiorno il mio archivio per non incappare in qualche errore, che è sempre dietro l’angolo.
Con tanti anni di lavoro e di esperienza alle spalle, come si gestiscono i rapporti che si vengono a creare con i giocatori, gli allenatori e tutti gli addetti ai lavori?
Quella può essere una cosa che potrebbe limitarti. Mi spiego: ovviamente magari conosci meglio un giocatore o un allenatore, chiedi una maglietta a un club o un biglietto per una partita, ma se diventi troppo “amico” rischi di risultare meno onesto nelle valutazioni, specie se negative. Quindi quello è un aspetto da tenere in considerazione.
A proposito di giocatori: la tua esultanza per i gol di Didier Drogba è ormai famosissima. È il tuo marchio di fabbrica. Come è nata?
In effetti questa cosa mi segue un po’ ovunque, anche per strada dove i ragazzini mi fermano e mi chiedono di fargliela sentire. L’ultima volta che ho parlato con Didier, anche lui mi ha chiesto la stessa cosa. La cosa mi diverte è ovvio, ma io in realtà non credo nella frasi a effetto! Una persona, un commentatore secondo me, dovresti riconoscerlo da come porta a termine il suo lavoro. L’esultanza per Drogba è nata per caso, visto che il suo cognome, con quella “A” finale, ti porta ad allungare il suono e ad esaltarne le gesta.
A dicembre eri presente alla Cornér Arena, in occasione di una partita del Lugano. Sei un appassionato di hockey?
Assolutamente sì. Anche se può risultare strano visto che sono di

Roma. Ma negli anni ’70, quando la RAI trasmetteva qualche partita del campionato italiano, restavo sempre affascinato da quel disco piccolo, da quelle porticine, da quei giocatori con casco, pattini e bastoni. Inoltre trascorrevo le vacanze di famiglia in Val Gardena e ho iniziato ad andare a vedere gli allenamenti della squadra locale. In seguito, trasferendomi parzialmente a Miami, ho avuto l’occasione di vivere da vicino la NHL e la realtà dei Florida Panthers che da allora sono diventati la mia squadra. Ho potuto vedere la Stanley Cup, ho potuto conoscere tante storie relative a quel campionato, e sono venuto a Lugano perché dovevo intervistare Henrik Haapala, che ha vestito proprio la maglia di Panthers, per completare uno studio, un’analisi, un articolo. Ho avuto anche la possibilità di recarmi a Chicago e di pattinare nel centro sportivo dei Blackhawks: mi ritengo fortunato.
Come viene visto il campionato svizzero di hockey in Italia?
Io ora lo seguo molto di più, da quando sono stato alla Cornèr Arena, dopo essere rimasto affascinato da quella realtà, dalla pista, dal calore del pubblico, dalla qualità della squadra e dai nomi presenti in rosa, mi informo sempre e so che ora è a cavallo della linea, che è in lotta per un posto nei playoff. Sono convinto che in Italia ci siano meno appassionati al campionato svizzero di quanti dovrebbero esserci. Ormai da noi non c’è più un vero campionato, prima c’era il triangolo Gardena-Cortina-Bolzano che accendeva gli interessi, che attirava la passione, ora con l’introduzione della lega europea – cosa che spero non accada nel calcio –, col fatto che queste squadre giochino in campioni internazionali, si è perso questo pathos. E così in diversi si sono avvicinati alla realtà svizzera, una realtà di assoluto valore.
Potrebbe essere “venduto” meglio all’estero, insomma, il nostro campionato?
Se ci fosse la possibilità di vedere le partite in tv anche dall’estero ci sarebbe sicuramente più gente che partirebbe dall’Italia per venire da voi ad assistere alle partite. È sicuramente una realtà che va valorizzata di più! Nel vostro campionato ci sono giocatori di alto livello, giocatori che magari l’anno prima vestivano le maglie delle franchigie della NHL, ci sono atleti che la Stanley Cup l’hanno vinta e che non vengono certo in Svizzera per svernare.
Il medesimo discorso, forse, non si può fare per il campionato di calcio…
La Svizzera ha un’ottima realtà per quanto concerne la Nazionale, è indubbio, ci sono tanti grandi giocatori svizzeri che militano in Premier League, in Serie A, in Bundesliga o anche in Portogallo, ma è chiaro che per quanto concerne i club le cose sono diverse. A quei livelli il potere economico è troppo importante e l’YB di turno o il Basilea hanno un potenziale troppo diverso a quello della media europea. Certo questo aiuta la Nazionale e il singolo giocatore che viene acquistato da squadre di maggior blasone, ma non aiuta i club e il campionato svizzero in sé per sé.
Uno degli aspetti negativi del mondo dello sport, a volte, è l’esasperazione che si viene a creare soprattutto tra tifosi fuori e dentro dallo stadio. Come si può ovviare a tutto questo?
È davvero un discorso complicato. Ma dovremmo iniziare ad applicare le leggi, così come avvenuto in Inghilterra: lì se sbagli, vieni punito, mica come in Italia dove ricevi “uno schiaffo sulle mani”. Bisogna tutelare la maggioranza che va allo stadio per divertirsi: dobbiamo fare tutti qualcosa, anche noi mass media o i giocatori in campo. Ad esempio: in occasione di Inter-Napoli, non si sarebbero dovuti arrabbiare i giocatori partenopei, ma dovevano essere i nerazzurri, magari col capitano Icardi, a fermarsi e a placare i propri tifosi. Io sono orgoglioso, ad esempio, di quanto viene fatto a Sky: gli striscioni offensivi non vengono inquadrati, non andiamo dietro alle polemiche. Si cerca insomma di non fare da cassa di risonanza e quello è già un piccolo passo.