LUGANO – Penultimo posto in regular season. Sinonimo di playout. 21 le vittorie conquistate in stagione, 31 le sconfitte rimediate dal Lugano in regular season. 137 le reti messe a referto, ben 160 quelle incassate. 9 le licenze stranieri usate dai bianconeri sull’arco del campionato, 2 gli allenatori che si sono seduti alla transenna per provare a salvare il Lugano da una disfatta roboante. Già roboante, perché dal 1986 – anno del primo titolo – al 2025, questa è stata senza dubbio la stagione più travagliata del club sottocenerino. Certo, come ricorderanno gli appassionati, il Lugano era passato per le forche caudine dei playout già nelle stagioni 2007-2008 e 2010-2011, ma quella squadra era indubbiamente formata da giocatori di una qualità più bassa rispetto a quella odierna: basterebbe ricordare che in quegli anni indossarono la maglia luganese giocatori come Carter, Conte, Tremblay, Hennessy, Clymer, Genoway, Kostovic e Popovic… insomma, personaggi che non fecero faville non solo dalle parti del Ceresio. Quella che ha chiuso invece al penultimo posto la regular season 2024-2025, almeno sulla carta, poteva contare su campioni di un certo calibro che, invece, hanno completamente sbagliato tutto.
Per la prima volta, inoltre, l’HC Lugano dovrà forse disputare i playout da quando Vicky Mantegazza è la presidente del sodalizio. Uno smacco, una caduta verso gli inferi, proprio nell’anno sbagliato, ovvero nell’anno dell’addio all’indimenticato Geo Mantegazza. La stagione nera del club, però, non ha del tutto sorpreso gli amanti dell’hockey e i tifosi bianconeri: il Lugano già nelle ultime stagioni era riuscito a salvare capra e cavoli in extremis passando per i playin, manifestando lacune e difficoltà sull’arco di tutta la stagione, questa volta invece i nodi sono venuti al pettine. Nodi che, senza girarci troppo intorno, sono presenti nello spogliatoio, a livello di staff e, soprattutto, a quello dirigenziale. La società non è riuscita a cavalcare l’onda delle due finali raggiunte un po’ per caso nel 2016 e nel 2018: invece di lavorare su quanto ottenuto in quegli anni, cercando di rendere migliore e più solida tutta la piramide bianconera, si è preferito gongolarsi sui risultati ottenuti, convinti di essere tornati nel gotha dell’hockey nazionale. Nulla di più falso e di più sbagliato!
I risultati, infatti, sono lì a dimostrarlo. Dal 2018 in poi il Lugano non ha mai superato un turno di playoff, non ha mai lottato seriamente per il titolo, mentre sotto le volte della Cornèr Arena è tornato in auge la vecchia usanza di scaricare le responsabilità sugli altri, soprattutto sugli allenatori, piuttosto che fare qualche autocritica. In principio, nel 2017, dopo una finale disputata e una semifinale, ci fu il licenziamento di Doug Shedden, al cui posto arrivò Greg Ireland. Nel 2019 fu il turno dell’innamoramento durato pochissimo con Sami Kapanen, sostituito alla transenna da Serge Pelletier che nel 2021 lasciò il posto a Chris McSorley: il canadese durò poco più di una stagione al timone dei bianconeri, prima di essere sollevato dal suo incarico per fare spazio a quel Luca Gianinazzi che, dopo un paio di campionati sufficienti, durante questa stagione è stato lasciato completamente andare alla deriva da una società che ha tentennato in maniera ingiustificabile prima di correre ai ripari, anche quando era evidente che il messaggio tra allenatore e squadra non passava più.
“Abbiamo sbagliato a prendere qualche giocatore”, ha detto Vicky Mantegazza dopo la sfida di Ginevra che ha condannato il Lugano ai playout. Ma in realtà non è così. O per meglio dire, non è solo così. Perché appare evidente, fermandoci un attimo a guardare il passato, che a Lugano quasi tutti gli stranieri non riescano a rendere al meglio, ma appena lasciano le sponde del Ceresio tornino a fare incetta di punti, offrendo prestazioni ottimali. Stesso discorso vale per gli stranieri: quest’anno, ad esempio, la gestione del caso Calle Andersson è emblematica. Ci si è mai domandato come sia possibile una cosa del genere? La colpa è sempre degli altri, degli allenatori, dei giocatori, dei tifosi che contestano – ma che vengono richiamati a sostenere la squadra in vista dei playout – e della stampa che sottolinea le cose che non funzionano ai piani alti della piramide bianconera: la colpa non è mai di una società che appare davvero inadatta per un hockey moderno fatto di inventiva e di soldi, tanti soldi. L’unico che ci ha messo la faccia è stato Hnat Domenichelli che, pur avendo sbagliato qualche acquisto, è stato coerente con quanto detto nel passato e ha ceduto il passo nel momento in cui Gianinazzi è stato sollevato dal suo incarico. E dal resto del CdA e della società? Nulla, niente, il silenzio. La colpa è sempre degli altri, così come è stato anche detto in maniera abbastanza chiara durante la conferenza stampa in cui veniva annunciato l’allontanamento del Giana dalla transenna.
Ci sarebbe da mettersi le mani nei capelli, ci sarebbe da fare un mea culpa importante e provare a portare aria fresca anche ai piani alti dell’organigramma bianconero, ma questo difficilmente capiterà. E allora, in attesa di capire come finirà la stagione, ci sentiamo di fare un in bocca al lupo a Janick Steinmann, nominato domenica nuovo General Manager dell’HCL: non sarà facile neanche per lui che conosce molto bene l’hockey nazionale e la realtà luganese avendoci giocato – oltre ad essere stato anche l’uomo che è riuscito a ridare vita al Rapperswil, portandolo da DS a un terzo e a un quarto posto in regular season e a una semifinale di playoff – far uscire il Lugano da un buco nero che sembra davvero non aver fine.