Tra pochi giorni si voterà sull’iniziativa che chiede di diminuire da 335 a 200 franchi il canone radiotelevisivo. Le argomentazioni degli oppositori, secondo cui l’indebolimento del servizio pubblico radiotelevisivo avrebbe conseguenze negative per l’intero sistema dei media e dunque per il pluralismo e il confronto democratico, non mi hanno convinto, per cui ho deciso che voterò a favore dell’iniziativa.
In un volantino a favore del NO distribuito negli scorsi giorni a tutti i fuochi si legge che il contributo annuale della RSI all’economia della Svizzera italiana ammonta a 205 milioni di franchi, che in buona parte servono per pagare gli stipendi di 1435 persone, di cui 450 impiegati in altre aziende della regione. Già, ma chi è costretto a pagare il canone non lo fa certo con l’altruistico scopo di creare posti di lavoro. Perché se il fine del canone fosse quello di garantire un’occupazione lautamente remunerata a una casta di giornalisti e tecnici radiotelevisivi, allora, seguendo lo stesso principio, si dovrebbe introdurre l’obbligo di abbonarsi ai giornali, in modo da evitare chiusure (ricordate il Giornale del Popolo? Il Caffè?) e licenziamenti in questo meno privilegiato settore mediatico. Se invece lo scopo del canone fosse soprattutto quello di garantire un’informazione imparziale e pluralistica, approfondimenti e cultura, allora ci si potrebbe chiedere se sia proprio necessario mantenere un esercito di un migliaio di persone per coprire le esigenze della Svizzera italiana.
Sono convinto che a livello nazionale vi siano ampi spazi per risparmiare, e che anche con qualche centinaio di impiegati in meno la RSI potrebbe continuare a svolgere la sua funzione principale. Guardate ad esempio Teleticino: con mezzi finanziari infinitamente inferiori e con poche decine di persone riesce a proporre un’informazione più accattivante e briosa rispetto a quella della RSI, che, come il Mattino della domenica dimostra da anni in ogni edizione, non è poi così pluralistica e imparziale come i suoi difensori pretendono di far credere.
Spesso si spaccia per informazione quella che invece è attivismo ideologico e propaganda (ovviamente sempre di sinistra…): pro immigrazione, pro accordi con l’UE, pro cultura woke, pro-Green Deal, pro-Pal eccetera. E mai una volta che si abbia il coraggio di sfidare l’accusa di islamofobia (vale anche per i due quotidiani…) affrontando con approfondimenti seri il tema di vitale importanza dell’incompatibilità dell’islam politico e totalitario con la nostra società, dando voce a critici di fama internazionale come ad esempio gli svizzeri Sami Aldeeb, Mireille Vallette, Amine Abdelmajide e Saida Keller-Messahli, o l’italiano Magdi Allam, o il francese Boualem Sansal.
E allora, meglio avere un eventuale indebolimento del servizio pubblico radiotelevisivo che continuare a pagare il canone più caro del mondo per avere un servizio che con il suo codardo e autolesionista silenzio favorisce l’islamizzazione del nostro Paese e, in prospettiva, la nostra sottomissione all’islam, con conseguente perdita delle nostre libertà (fra cui quella di stampa). Per favorire il suicidio della nostra civiltà 200 franchi sono anche fin troppi…
Giorgio Ghiringhelli





