La Svizzera non è nata per farsi dettare la linea dall’esterno. È nata come Confederazione di comunità libere, diverse tra loro, ma unite da un principio fondamentale: decidere da sé, in piena autonomia, il proprio futuro. È questo il nucleo della nostra identità storica. Ed è proprio questa identità che oggi dobbiamo difendere con convinzione.
Quando parliamo di neutralità, non parliamo di una formula astratta o di un ricordo del passato. Parliamo di uno dei pilastri che hanno garantito alla Svizzera stabilità, sicurezza, credibilità e libertà d’azione. La neutralità ha permesso al nostro Paese di restare fuori dai conflitti di potenza, di mantenere la propria indipendenza e di costruire relazioni internazionali fondate sul rispetto reciproco, senza sottostare a logiche di blocco o a interessi imposti da altri.
Anche nell’ultima edizione pubblicata da Pro Svizzera, autorevoli esponenti politici ticinesi hanno ribadito con chiarezza questo concetto: la neutralità svizzera non è un lusso, non è una posizione di comodo e non è un residuo del passato. È una scelta strategica, identitaria e istituzionale, che va difesa con coerenza. Perché una neutralità reinterpretata secondo le convenienze del momento, piegata a pressioni esterne o svuotata progressivamente di contenuto, finisce per non essere più neutralità.
È per questo che occorre parlare con grande chiarezza anche del rapporto con l’Unione europea. La Svizzera è in Europa, ma non deve essere assorbita dall’Europa politica di Bruxelles. Questa distinzione è fondamentale. Appartenere allo spazio geografico e culturale europeo non significa dover rinunciare alla propria sovranità per aderire a un sistema sovranazionale che pretende uniformità, subordinazione giuridica e limitazione crescente dell’autonomia nazionale.
Se la Svizzera dovesse entrare nell’Unione europea, oppure accettare meccanismi che di fatto la vincolino in modo permanente ai diktat di Bruxelles, perderebbe inevitabilmente una parte essenziale della propria identità storica e istituzionale. Verrebbero indeboliti il federalismo, la democrazia diretta, la competenza dei Cantoni e la facoltà del popolo svizzero di decidere liberamente sulle questioni fondamentali. In altre parole, rinunceremmo a ciò che ci rende Svizzera.
Noi non siamo contrari alla cooperazione con gli altri Paesi. Siamo contrari alla sottomissione. Non siamo contrari al dialogo internazionale. Siamo contrari all’idea che le grandi decisioni debbano essere prese altrove e semplicemente recepite dai cittadini svizzeri come fatti compiuti. La nostra tradizione istituzionale è un’altra: quando è in gioco la sovranità, deve essere il popolo a decidere. E devono poter decidere anche i Cantoni, nel solco della nostra storia confederale.
È precisamente in questo spirito che, anche a livello cantonale, stiamo lavorando con impegno e determinazione. Grazie ad Andrea Sanvido, membro del mio gruppo parlamentare della Lega dei Ticinesi nel Gran Consiglio, è stato recentemente ottenuto un risultato importante: il sostegno all’iniziativa cantonale volta a introdurre la doppia maggioranza di popolo e Cantoni sulla votazione relativa a ogni accordo istituzionale con Bruxelles. Si tratta di una battaglia di buon senso e di principio. Su questioni che toccano il cuore della nostra indipendenza non bastano formule tecniche o decisioni prese dall’alto: serve una piena legittimazione democratica.
Questa impostazione è oggi ancora più necessaria alla luce di quanto abbiamo visto in tempi recenti. Anche vicende come quella di Crans-Montana hanno mostrato quanto facilmente, attorno a fatti delicati e dolorosi, possano nascere pressioni esterne, campagne mediatiche e tentativi di mettere sotto accusa la Confederazione sul piano politico oltre che giudiziario. In momenti simili, la Svizzera deve ricordarsi chi è. Collaborazione sì, rispetto reciproco sì, ma mai subordinazione. Uno Stato sovrano non si lascia intimidire da pressioni straniere, né accetta che la propria autonomia venga messa in discussione da chi pretende di impartire lezioni o imporre la propria agenda.
La posta in gioco va ben oltre il singolo dossier europeo o il singolo episodio diplomatico. Qui si decide quale Svizzera vogliamo per il futuro. Una Svizzera ancora capace di decidere da sé, oppure una Svizzera progressivamente allineata a interessi, norme e indirizzi stabiliti da altri. Una Svizzera fondata sulla volontà popolare e sull’equilibrio tra Confederazione e Cantoni, oppure una Svizzera sempre più dipendente da centri di potere esterni.
Per quanto mi riguarda, la scelta è chiara. Io credo in una Svizzera neutrale, indipendente, libera e sovrana. Credo in una Svizzera che dialoga con tutti ma non obbedisce a nessuno. Credo in una Svizzera che difende la propria democrazia diretta, il proprio federalismo e la propria identità storica. E credo che oggi, più che mai, serva il coraggio politico di dire no a ogni progetto che miri a sciogliere, lentamente ma inesorabilmente, la nostra autonomia dentro strutture sovranazionali che non ci appartengono.
Difendere la neutralità significa difendere la libertà. Difendere l’indipendenza significa difendere la Svizzera. E questa è una responsabilità che non possiamo delegare a nessuno.
Alessandro Mazzoleni
Deputato in Gran Consiglio e Vicecoordinatore della Lega dei Ticinesi





