Negli Stati Uniti si sta aprendo un caso destinato a far discutere a lungo, perché tocca uno dei temi più divisivi degli ultimi anni: il diritto all’aborto e le sue conseguenze legali.
Il 4 marzo una donna di 31 anni, Alexia Moore, è stata arrestata in Georgia con l’accusa di omicidio dopo aver assunto una pillola abortiva. Si tratta di uno Stato che, dal 2019, ha introdotto una delle normative più restrittive del Paese, vietando quasi tutte le interruzioni di gravidanza a partire dalla rilevazione dell’attività cardiaca del feto, che avviene generalmente intorno alla sesta settimana — spesso prima che una donna sappia con certezza di essere incinta.
Secondo quanto emerge dagli atti, Moore si era recata in ospedale il 30 dicembre lamentando forti dolori addominali. Ai medici avrebbe riferito di aver assunto misoprostolo, un farmaco utilizzato per l’aborto farmacologico, insieme all’ossicodone, un potente antidolorifico oppioide. In seguito ha partorito prematuramente: il feto, nato tra la 22ª e la 24ª settimana di gravidanza, sarebbe sopravvissuto circa un’ora.
Uno degli elementi più controversi riguarda alcune dichiarazioni che la donna avrebbe fatto al personale sanitario, riportate nel mandato d’arresto, secondo cui sarebbe stata consapevole della sofferenza del neonato e avrebbe espresso il desiderio che morisse. Tuttavia, il medico legale della contea ha precisato di non aver classificato il decesso come omicidio, indicando come “indeterminate” sia la causa sia le modalità della morte.
Attualmente Moore è detenuta nella contea di Camden e deve rispondere anche di tentato omicidio e possesso illegale di stupefacenti. La decisione su un eventuale rinvio a giudizio spetta al procuratore distrettuale Keith Higgins, mentre la difesa ha già chiesto la libertà su cauzione e un processo rapido.
Questo caso potrebbe rappresentare un precedente importante: se i procuratori decidessero di procedere, sarebbe tra i primi episodi in cui una donna viene incriminata per aver abortito in Georgia. Il nodo centrale è giuridico e riguarda il momento in cui un feto viene considerato persona ai fini della legge: secondo l’impostazione dell’accusa, ciò avverrebbe nel momento della nascita con segni di vita.
La vicenda si inserisce in un contesto più ampio. Dopo la sentenza della Corte Suprema del 2022 che ha eliminato la tutela federale del diritto all’aborto, negli Stati Uniti si è registrato un aumento dei procedimenti legali legati alla gravidanza. Secondo il gruppo Pregnancy Justice, nei dodici mesi successivi a quella decisione almeno 210 donne sono state perseguite per reati connessi alla gestazione, un dato senza precedenti.
Non a caso, alcune organizzazioni per i diritti riproduttivi hanno già preso posizione. Dana Sussman, vicepresidente di Pregnancy Justice, ha definito quello contro Moore un caso senza precedenti, sostenendo che nessuno dovrebbe essere criminalizzato per aver abortito.
L’udienza fissata nei prossimi giorni sarà seguita con grande attenzione, perché potrebbe avere conseguenze rilevanti non solo per la donna coinvolta, ma anche per l’interpretazione delle leggi sull’aborto negli Stati Uniti.






